Riflessioni su cosa e, soprattutto, perché? Il filosofo potrebbe riflettere sul senso dell’essere, sulle ragioni della vita e delle diverse manifestazioni del sapere; il teologo sul rapporto tra l’essere e Dio, sulla coscienza individuale e quella universale, sul fine ultimo dell’esistenza, ecc. Lo storico potrebbe riflettere sulle ragioni politiche e sociali di una società in continua trasformazione; la sua evoluzione, decadimento o, finanche scomparsa, e così via. E l’artista? Si potrebbe immaginarlo come il sognatore (simile al poeta), colui che inventa, che crea immagini a sua somiglianza allo scopo di soddisfare i desideri propri e degli altri, seppure criticato o esaltato dagli estimatori.
Insomma, un uomo di grandi capacità creative che dal nulla estirpa le sue opere e ne rivela l’essenza rivestendola di forma. Carlo Condello è anche questo, ma è soprattutto filosofo, teologo, storico e sensibilizzatore dello spirito del tempo. Più che un veggente è un profeta nel senso ebraico del termine, la cui sensibilità supera la mera percezione dello spirito umano per aggrapparsi al supremo pensiero dell’essere e svelarne le cause e le loro conseguenze. È futuribile, non nel percepire la realtà ma le realtà fattuali di ogni possibile moto; e queste, pur progettate per il bene dell’umanità, non sempre raggiungono il traguardo stabilito. Deviazioni mentali e fisiche s’innestano come processo involutivo di un percorso che dello scopo fissato formula un’ipotesi impossibile. Ma l’artista è anche, e soprattutto, colui che più di altri partecipa alla contemporaneità degli eventi, i quali più sono catastrofici più si sente coinvolto. L’arte nella storia, dalla sua prima apparizione a oggi, è una testimonianza indelebile di tale compartecipazione, la cui narrazione, seppure non sempre omogenea, è indicativa di continue trasformazioni. Se così non fosse, poco conosceremmo delle grandi civiltà, da quella egiziana a quella babilonese, da quella greca a quella romana, e così via.
Vi sono stati, ovviamente, momenti di grande crescita economica e di una certa estensa tranquillità dovuta a uno spirito di condivisione e sopportazione gli uni degli altri, sia per diversità culturale, sia per scelte non sempre condivisibili, ma ci sono stati, seppure non per lunghi periodi. Guardando, comunque, come una tavola geografica, molti spazi rivelano punti neri che deformano la percezione del quadro. È il caso della nostra realtà: tratteggiata sino a ieri da ampi territori verdi, oggi appare un cumulo di rovine annerite dal fuoco. Fuoco amico, anche, ma sempre fuoco di guerra: ci sembra di aver dimenticato in un solo momento la bellezza di un paesaggio primaverile, dove colori diversi rivestivano il “nero” dei tempi passati. Carlo Condello, la cui consapevolezza storica di un’arte realizzata sotto il segno della “contemporaneità” dell’essere, più volte registrata in momenti espositivi di grande levatura, è costretto a volgere lo sguardo non tanto su ciò che un tempo rivestiva il nostro paesaggio, ma su ciò che d’inumano resta come testimonianza di un diabolico disegno. Eppure eravamo partiti dalla volontà di recupero di quanto si era perduto, sulla necessità di estendere i benefici ricavati dal benessere (sovente a spese dei più poveri) per soddisfare le necessità degli altri; estendere tali servizi per il progresso e la convivenza sociale di tutti i popoli ma, guarda caso, eccoci di nuovo sprofondare nel malessere mai estirpato: la guerra! La condanna, che in ogni tempo è stata manifestata dall’arte attraverso una presa di posizione diretta, non è venuta meno neppure nel corso degli ultimi decenni. È la Mail Art l’ultima voce che è riuscita a sensibilizzare gli artisti di tutto il mondo e accusare personaggi di rilievo, dittatori di varia estrazione, produttori di armi sempre più ricercati, giustificati per una maggiore difesa della propria nazione; ma anche costruttori che, o per effetto di terremoti o di guerra, si sono arricchiti sino all’inverosimile. E ciò vale per tante altre forme di sfruttamento del territorio e di popoli impossibilitati a difendersi.
È questa visione apocalittica che Condello da diversi anni registra, nella consapevolezza di non poter fare nulla se non testimoniare con la sua opera tale deterioramento sociale. Una testimonianza che non si limita alla semplice riflessione, ma offre uno spaccato focale dell’attuale situazione. C’è stato, infatti, nel corso degli anni Sessanta in America (poi divulgato in tutto il mondo), lo slogan piuttosto interessante, “Fate l’amore, non la guerra”; slogan ripreso anche dalle ultime avanguardie, ma è rimasto solo tale, poiché la realtà testimonia tutt’altro percorso. Cos’è cambiato? Nulla, e infatti tutto si ripete come inesorabile melodia d’impossibilità di percorrere la via del bene. Si contano i disastri e i morti, è vero, ma il pensiero ultimo è quanto si possa guadagnare dal rimettere tutto a posto (e non sarà mai come prima). Le riflessioni di Condello potrebbero apparire delle “illusioni”, come in passato sono state le sue fiabe proposte in molte occasioni, solo che le presenti istallazioni non inducono a possibili leggende ma a continui riferimenti concreti, a un sogno che potrebbe essere realizzato. Un sogno per la futura generazione, capace di vedere aldilà del proprio presente e iniziare una nuova realtà di vita, così come testimonia la prima istallazione, dove due giovani si apprestano a rincorrere una colomba e un cuore quale principio universale di “pace” e “amore”. È un sogno, ma anche il desiderio profondo di un’umanità sotto assedio, che desidererebbe acquisire forza ed elevarsi sopra le intemperie per una giusta proiezione del mondo. Non solo, perciò, rincorsa, ma anche pensiero comune, scopo ineludibile di una vita che possa fornire serenità e gioia. È questa la visione che la seconda istallazione propone come superamento della corsa: non più un sogno fuori da ogni possibile realtà, ma qualcosa che è già in noi, nella nostra vita; ed è così importante da occupare tutto il nostro essere. È qualcosa che ci appartiene: basta impossessarsene. La realtà, tuttavia, è ancora da conseguire, perché sino a quando la libertà non assuma posizione dominate non potrà che suscitare interesse, forse anche emozione, a partire, appunto, dalla testa, come nel caso della bambina offesa dalle conseguenze della guerra, assorta e avvolta nel cuore della realtà del corpo dilaniato, o dei torsi di esseri mancati di ogni capacità di pensiero, il cui capo è sostituito da una colomba quale ipotizzabile sogno di una nuova condizione. Condello è anche un vate, consapevole che proprio nel cuore si annidano cattivi pensieri ed esso va purificato e rinnovato. Affermare tutto ciò richiede un linguaggio la cui decodifica riduca al minimo ogni distorsione; ed ecco, perciò, la scelta del realismo, capace di muovere all’accoglimento di ogni riferimento formale e suscitare un’approfondita riflessione umanitaria.
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